Venezia: Mercato, Mercantilismo e Grandezza

Quando si scrive e si parla della prosperità veneziana, legata al commercio, spesso la tendenza è di attribuirla a fortuna geografica, congiunture favorevoli; non è, tuttavia, questo il caso. Molti centri sorsero sulle coste adriatiche dalla caduta di Roma: come mai, dunque, proprio Venezia sviluppò un tale impero commerciale? L’elemento decisivo, oltre l’indubbio favorevole fattore ambientale, è una visione economica a forte impronta mercantilistica, con la capacità di adattarsi ai mutamenti del commercio mediterraneo, traendone il massimo. Il modello capitalistico ante litteram rappresentato dalla Serenissima, la rese una potenza senza eguali per secoli; ciò che, tuttavia, si vuole sottolineare in queste poche righe, è la ricaduta straordinariamente benefica del libero mercato sulla bellezza, parimenti senza eguali, della città lagunare.

Un’economia costruita sul commercio

Andando alle basi del dominio veneziano, si instaurò circa nel – o forse un po’ prima del – X secolo, grazie alla formazione di un apparato economico fondato su un concetto chiaro: il commercio come motore della ricchezza e della politica cittadina. Venezia non aveva un grande entroterra agricolo, né una produzione manifatturiera paragonabile a quella delle Fiandre o della Toscana; divenne, eppure, uno dei centri economici più ricchi d’Europa. È difficile identificare un ingrediente segreto, quasi magico, ma se si volesse ricercare sarebbe uno: il controllo delle rotte commerciali, il monopolio delle merci strategiche e la capacità di modellare la finanza a proprio vantaggio, considerate al contempo in un disegno unitario, non singolarmente.

Il sistema era semplice, ma estremamente efficace: Venezia acquistava materie prime dall'Oriente, le raffinava e le rivendeva a prezzi moltiplicati nel resto d’Europa. La seta, le spezie, i pigmenti rari, il sale: ogni prodotto era regolato da leggi che ne garantivano la distribuzione secondo gli interessi della Repubblica. La politica mercantilista veneziana non si limitava al commercio diretto, ma prevedeva anche il rigido controllo delle rotte. Il vero privilegio dei mercanti serenissimi, infatti, era da ricercarsi in un abile politica diplomatica intrattenuta con gli Stati orientali, in primis con l’impero bizantino che, finché è durato, ha garantito una prosperità immensa ai lagunari; e dove non arrivava la diplomazia, la imponente flotta del Doge imponeva una pax basata sul libero mercato che garantiva ricchezza non solo ai mercanti veneziani, ma anche alle popolazioni orientali che intrattenevano rapporti commerciali.

Monopoli strategici e finanza avanzata

La potenza economica veneziana si basava su un sistema di monopoli ben congegnati. Il pepe, per esempio, non era solo una spezia: era il simbolo del controllo veneziano sui traffici orientali; mentre altre città si limitavano a intermediare, Venezia imponeva prezzi, regolava le quantità disponibili e determinava il valore delle merci attraverso una regolazione attenta, per garantire la concorrenza ad armi pari tra gli intraprendenti mercanti lagunari. Il “capitalismo” veneziano, dunque, non era selvaggio, ma attento ai bisogni degli attori economici, senza scadere in pianificazione, garantendo una competizione quanto più possibile ad armi pari.

A sostegno di questo sistema vi era un apparato finanziario estremamente moderno per l’epoca. La Zecca di Venezia emetteva il ducato d’oro, una moneta talmente stabile e affidabile da essere accettata in tutto il mondo mediterraneo.

Le lettere di cambio, poi, permettevano ai mercanti di operare su scala internazionale senza dover trasportare oro fisico, mentre le compagnie commerciali erano antesignane delle moderne società per azioni.

Il riflesso del commercio nella società

La ricchezza di Venezia, tuttavia, non era destinata ad essere fine a sé stessa: permeò ogni aspetto della vita civile e, un esempio di ciò, sono le opere finanziate dalle corporazioni. Le Scuole Grandi, confraternite laiche finanziate direttamente dai mercanti, furono la prova tangibile della fusione tra economia e cultura. Nessun luogo esprime questa simbiosi meglio della Scuola Grande di San Rocco, decorata dal genio di Tintoretto foraggiato dai signori dei traffici mediterranei. Ogni pennellata di quell’immenso ciclo pittorico è un manifesto di potenza: non c’è religiosità senza prosperità, non c’è arte senza capitale. Venezia lo sapeva bene.

Questo modello, tuttavia, non era eterno. Quando il baricentro del commercio si spostò dall’Adriatico all’Atlantico, la macchina perfetta cominciò a scricchiolare. Le Americhe, la rotta del Capo di Buona Speranza, l’ascesa delle potenze nordiche: troppi elementi insidiarono su più fronti l’architettura commerciale veneziana. Ma il suo insegnamento resta. Venezia non ha mai creduto alle utopie egualitarie né ai dogmi ideologici; ha dimostrato che il libero scambio, se governato con visione, può generare ricchezza, bellezza e potere. Il mondo cambia, ma la lezione di Venezia rimane immutabile.

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