La forza dei numeri: teoremi e grafici che spiegano le elezioni (in Germania e altrove)

Il contesto internazionale recente sempre più mette a dura prova gli schieramenti che il secolo passato ci aveva consegnato: la Storia è ripartita dopo lunga stagnazione e le famiglie politiche consolidate accusano il colpo.

Assistiamo invero oggi a coalizioni, anche di governo, che si dividono su grandi temi: da ultimo la politica di difesa dell’Unione Europea, dove i termini “destra” e “sinistra” appaiono quantomeno inadeguati per spiegare le intenzioni di voto.

Parimenti, in Germania, si assiste in modo estremizzato ad una situazione simile a quella vissuta in Italia nel 2018, dal momento che le ali si avvicinano nelle proposte (in un’inedita alleanza “rossobruna”) mentre i due partiti a vocazione maggioritaria (Cdu-Csu e Spd) si ritrovano ancora una volta in una Grosse Koalition, col sospetto malcelato che questo non dispiaccia alle classi dirigenti di ambo i partiti.

Come mai si arriva alle “larghe intese” che il più delle volte tradiscono il mandato elettorale e fanno scolorare le consolidate categorie di “destra” e “sinistra”?

Per comprenderlo, possiamo constatare che in prima approssimazione il fenomeno democratico, nella sua forma più semplice (“destra-sinistra”, per semplicità), segue il modello di Hötelling, che in economia descrive particolari tipologie di duopolio e che può essere applicato convenientemente anche ai meccanismi politico-elettorali.

Tale trattazione matematica è nota anche come “il paradosso dei due gelatai”, per cui si ipotizza una spiaggia lunga 1 km con bagnanti distribuiti uniformemente lungo la riva (da A a B, secondo lo schema rappresentato). Due gelatai iniziano la loro attività commerciale posizionandosi coi loro carretti refrigerati al centro delle rispettive metà della spiaggia (cioè a un quarto e tre quarti della spiaggia). Per attrarre più clienti (i quali considerano solo il costo di spostamento) entrambi cominciano a spostarsi gradualmente verso il centro, finendo per posizionarsi entrambi nel punto centrale (punto Y sull’ascissa del grafico) . A nessuno dei due conviene portarsi oltre la metà, per non perdere clientela: si genera così un equilibrio.

E’ evidente però un elemento che riprenderemo in seguito: i due gelatai nello stare equidistanti dai poli impongono uno svantaggio notevole ai clienti che soggiornano agli estremi della spiaggia. Si pone, trasfigurando la situazione in un’offerta di tipo elettorale, un problema di rappresentanza politica per gli estremi.

Figura 1 Rappresentazione grafica del teorema di Hötelling. In rosso e in blu le due curve di prezzo del gelato per i clienti con l’ombrellone in A e B: il prezzo dipende dal costo del bene (che è fisso) e aumenta secondo un fattore Ct all’aumentare della distanza “x” che occorre per procurarsi il bene.

In sommi capi, dunque, sembrerebbe che per ottenere il massimo favore elettorale occorra spostarsi verso il centro[1].

Come mai, tuttavia, anche forze radicali ottengono il potere?

Il motivo è semplice: come tutti i teoremi che si rispettino, anche questo soggiace a delle ipotesi preliminari. Il campo di applicabilità del modello è quindi intrinsecamente limitato.

Le principali assunzioni sono:

·       Spazio unidimensionale: il mercato (il sistema politico) è pensato come caratterizzato da un’unica variabile (“destra e sinistra”). Oggi, tuttavia, le categorie più adeguate sono responsibility e responsiveness (delle quali tratteremo nel prosieguo), che si innestano sulla classica dicotomia conservatorismo/progressismo;

·       Due concorrenti (duopolio): il modello classico prevede due imprese o due partiti che competono per la stessa base di consumatori o elettori. Il modello resta però valido in un sistema bipolare di coalizioni[2];

·       Differenziazione monodimensionale: i consumatori scelgono il fornitore più vicino per minimizzare i costi di spostamento (o i costi psicologici di scegliere un candidato lontano dalle proprie preferenze). Sappiamo che in realtà il voto ha anche una componente ideologica nelle elezioni nazionali e di fiducia/rapporto diretto nelle elezioni locali;

·       Assenza di barriere all’ingresso: nessuna impresa ha vantaggi strutturali rispetto all’altra (non esistono differenze di disponibilità economica tra le due forze politiche in gioco, né esiste una storia pregressa di partiti/personalità pubbliche);

·       Razionale massimizzazione del profitto o dei voti: le imprese cercano di massimizzare il numero di clienti e i politici cercano di massimizzare i voti spostandosi verso il centro. L’archetipo del cliente (elettore) è quello dell’homo oeconomicus smithiano, che non tiene conto di spinte ideali e fattori esogeni al sistema (malcontento sociale della popolazione, congiuntura economica ecc…)

·       Consumatori (elettori) distribuiti uniformemente, tali da essere equidistanti lungo lo spettro elettorale, con preferenze ben definite.

Quest’ultima assunzione raramente è verificata, perché la distribuzione dell’elettorato non è quasi mai uniforme tra “destra”, “centro” e “sinistra”. Si può affermare in prima approssimazione, tuttavia, che posizioni “moderate” (più correttamente, “mediane”) raccolgano più consensi.

Anthony Downs nel 1957 sviluppò quindi il concetto di “elettore mediano”, su un teorema del 1948 di Duncan Black:

“In un sistema decisionale basato sulla maggioranza semplice e con preferenze unidimensionali e unimodali[3], il punto preferito dall’elettore mediano rappresenta l’equilibrio stabile: nessuna alternativa può ottenere più voti senza avvicinarsi a tale posizione”.

In altri termini, l’elettorato ha una distribuzione simile a quello di una distribuzione “a campana” (gaussiana).

Perché quindi formazioni centriste non governano ovunque nel mondo?

Perché la posizione della “campana” può variare lungo l’asse delle ascisse (spettro politico), spostandosi più a destra o più a sinistra a seconda delle sensibilità della popolazione, del Volksgeist hegeliano (in termini più moderni diremmo del sentiment popolare).

Prendiamo il caso delle recenti elezioni tedesche: la netta affermazione di “Alternativa per la Germania” ha segnalato uno spostamento della “campana” verso destra. L’elettore mediano tedesco non è quindi posizionato sul valore 5 della scala, bensì, possiamo ipotizzare, su un valore all’incirca 7. Questo implica che anche l’offerta politica dei partiti si sia dovuta adeguare ai tempi: la Cdu-Csu, infatti, ha proposto come candidato cancelliere Friedrich Merz, uomo della “destra” del partito, in grado di dare soddisfazione a una densità di elettori molto più alta che altri profili cristianodemocratici del passato più “dorotei” (come Angela Merkel).[1] In parole povere, Merz è stato percepito come un candidato più gradito alla “destra” tedesca, che numericamente negli ultimi anni si è accresciuta sia per i fallimenti della coalizione “semaforo” sia per la capacità di intercettare il Geist della Germania su alcuni temi (l’immigrazione e l’economia su tutti).

Elettore “centrista” ed elettore “mediano”, insomma, non sono concetti sovrapponibili e, quantitativamente, l’elettore “centrista” può contare addirittura poco in una elezione in termini di densità e quindi di voti.

Un altro interrogativo sorge allora spontaneo: perché è più facile la formazione di una “grande coalizione” in Germania anziché un’alleanza tra le due maggiori forze di centrodestra (Cdu-Csu) e destra (AfD)?

Guardando più in prospettiva lo scenario politico: perché negli ultimi dieci anni si è assistito a una polarizzazione dell’elettorato, per cui la Spd è insidiata da sinistra da “Der Linke” mentre la Cdu-Csu deve scontare una perdita di voti a favore di “Alternative für Deutschland”?

Per rispondere alla domanda bisogna partire da un dato: la scomparsa del concetto di partito di massa, cioè di partito in cui esisteva una “cinghia di trasmissione” tra corpo sociale e élite di governo e che prosperava grazie a un sistema circolare bottom-up (dai circoli ai parlamenti) e top-down (l’attività del parlamentare sul territorio).

Questa scomparsa, dovuta a vari fattori, si è combinata al fenomeno della globalizzazione, che de facto ha introdotto nuovi attori “politici” su scala globale (le big company del tech, ad esempio) nonché valute e istituzioni sovranazionali (come l’euro e l’Unione Europea): tali cambiamenti hanno impattato con più o meno soft power sulle decisioni autonome dei governi[2].

In altri termini, in tempi recenti, sempre più la classe dirigente è stata chiamata a dirimere il conflitto tra la “responsività” ai bisogni dell’elettorato e la “responsabilità” nei confronti del “vincolo esterno”.

Oggi, quindi, la geografia politica si ridisegna con le forze più moderate attente alla responsibility (percepite quindi come l’establisment dagli elettori) e le forze più radicali, orientate invece a soddisfare le richieste della “base” (ma tagliate fuori dal potere negli organismi sovranazionali).

Caliamo questi movimenti carsici e profondi nella contingenza delle recenti elezioni tedesche.

Volendo visualizzare il tutto, immaginiamo che Spd e Cdu siano rispettivamente i vertici (elitari) rosso e blu, localizzati nel centrosinistra e nel centrodestra sull’asse delle ascisse. La rappresentazione che segue, con buona approssimazione, è stata la situazione politica che è si è verificata fino ai primi anni Duemila.

Nel corso del tempo, è emerso però il “vincolo esterno” che ha portato all’appiattimento dell’offerta politica tra destra e sinistra, tale da escludere le posizioni “radicali” (per non parlare delle “estreme) e tale da minare la responsiveness nei confronti delle ali dell’elettorato, che si sono sentite “trascurate” dai partiti tradizionali di governo.

Visivamente, i due triangoli si sono toccati ad indicare la vicinanza dei programmi che ha permesso in ultima analisi la formazione in Germania della Grosse Koalition a guida Merkel.

Dato che la politica soffre di horror vacui e a una domanda di policy fa corrispondere sempre un’offerta (come in un qualsiasi circuito economico), sono subentrate le forze (molto spesso definite “populiste”) in grado di dare risposte alla base elettorale, ma non in grado di accedere alla “stanza dei bottoni” (“Der Linke” a sinistra e “Alternative for Deutschland” a destra). Soprattutto nel caso di AfD, si è verificato e si verifica tutt’oggi una sorta di “cordone sanitario” che le forze tradizionali hanno istituito, in un circolo vizioso che le ha portate ad essere ancor più lontane dal sentire popolare e a far accrescere il consenso per un partito cosiddetto “populista”.

Ricapitolando, quindi, la situazione politica tedesca può essere riassunta in quest' ultima rappresentazione, che vede una cesura tra basi e vertici delle piramidi sia a destra che a sinistra, con una probabile riedizione di un governo di “grande coalizione”.

Nel ventunesimo secolo, dunque, l’asse elettorale non è più tanto “destra-sinistra”, quanto “alto-basso” ed in questo sta la crisi della democrazia rappresentativa che si pone in tutti i paesi dell’Occidente.

Come colmare il fossato tra elettori ed eletti?

In questa sede non si ambisce a risolvere questo nodo, ma è certo che occorrano istituzioni che tornino a essere “rappresentative” della volontà popolare e lo siano perché fatte da politici che sanno “spiegare, spiegare, spiegare” (Charles De Gaulle), anche e soprattutto nelle situazioni più scomode come la congiuntura economica e “terza guerra mondiale a pezzi” (Francesco) che in Germania, come altrove, pongono l’urgenza di saldare nuovamente vertice e base della piramide sociale.

[1] Esistono infiniti esempi: l’elettorato veneto è sempre stato tendenzialmente cattolico e conservatore dal secondo dopoguerra, quindi, anche le formazioni di sinistra hanno cercato di individuare nelle elezioni regionali profili più moderati e meno legati alla “sinistra di base”, tali da avvicinarsi maggiormente al punto dello spettro con densità massima di elettori (cioè il centrodestra dello spettro).

[2] Pensiamo ad esempio a come nei decenni passati la svalutazione della lira fosse un’arma commerciale per i governi del Belpaese.

[3] In effetti, la politica italiana della Seconda Repubblica ha visto sia Prodi che Berlusconi prodigarsi per avere il voto dei cattolici e dei liberali, spostando il programma politico verso istanze moderate al fine di formare i rispettivi governi.

[4] La situazione italiana delle elezioni politiche del 2013 contraddice il teorema perché non è verificata questa assunzione: il Movimento 5 Stelle non era appunto una forza di “centro” che i due poli principali potevano contendersi. La situazione si risolse, infatti, in un accordo tra destra e sinistra (“il Patto del Nazareno” che escluse i pentastellati).

[5] In cui ogni elettore occupa un punto ideale sull’asse dello spettro politico e si muove verso l’alternativa più vicina.

Alberto Lorenzet

Classe 1997, dopo il liceo ginnasio a Conegliano laureato con lode in Chimica Industriale all’Università “La Sapienza” di Roma. Alumnus del Collegio della Federazione dei Cavalieri del Lavoro, premiato come “Laureato Eccellente” dell’anno 2021, lavora attualmente presso EssilorLuxottica come ingegnere di produzione nell’ambito dei trattamenti superficiali. 

LinkedIn: Alberto Lorenzet

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