L’anticomunismo dell’anima: Serbia e la nostalgia sacra di un ordine perduto
Nel cuore tormentato dei Balcani, là dove la storia assume la forma del dramma e del mito, esiste un popolo per il quale l’anticomunismo non è mai stato semplice ideologia politica, ma resistenza dell’anima. In Serbia, più che altrove, la negazione del comunismo non scaturisce da un'adesione illuminista ai valori della democrazia liberale, bensì da una più profonda coscienza spirituale e identitaria: il rifiuto dell’ateismo militante, dell’egualitarismo materialista e della disgregazione dell’ordine naturale — ordine inteso come cosmos teandrico, in cui Dio, il Re e la Patria coesistono secondo una gerarchia sacra.
A differenza delle repubbliche ex jugoslave come la Slovenia o la Croazia, dove l’anticomunismo si è affermato come reazione civile e razionale al totalitarismo, in Serbia esso si manifesta come rievocazione di un’età teologica e monarchica. Il trauma storico non è solamente quello del gulag o della polizia politica, ma quello di una decapitazione simbolica: la detronizzazione del Re, l’umiliazione del clero, la trasformazione dell’icona in propaganda. Il comunismo, nel contesto serbo, non fu percepito come un progetto politico, ma come un sacrilegio storico.
La soppressione della monarchia dei Karađorđević nel 1945 non fu, per il popolo serbo, un semplice cambio di regime, bensì un vero e proprio golpe ontologico. In quel rovesciamento si assiste alla frattura dell’equilibrio tra cielo e terra, tra autorità sacra e struttura civile. Il Re, nella tradizione slavo-ortodossa, non era solo un capo politico, ma un Katechon, un "trattenitore del caos", custode dell’ordine divino nell’ambito umano. Con la sua caduta, fu come se fosse venuto meno il principio stesso della legittimità.
L’Esercito Jugoslavo in Patria, guidato da Dragoljub “Draža” Mihailović, fu l’ultima manifestazione organica di questa visione sacrale dello Stato. I suoi uomini, detti četnici, combattevano con al collo il crocifisso, e sulle labbra la fedeltà al Re in esilio. Il loro anticomunismo non nasceva dalla lettura di Marx o da visioni strategiche del mondo, ma da una difesa arcaica e profonda dell’identità serba come sintesi di fede ortodossa, lealtà monarchica e memoria storica. La loro disfatta non fu soltanto militare: fu l’annientamento sistematico di tutto ciò che aveva preceduto il mito della Jugoslavia di Tito.
Dopo la guerra, la repressione ad opera del governo comunista fu spietata. Il clero fu umiliato, i monasteri espropriati, le scuole ecclesiastiche chiuse o controllate. Eppure, la fede non morì. I villaggi conservavano gelosamente le icone dietro i tendaggi, e nei monasteri della Fruška Gora e del Kosovo si continuava a celebrare, sottovoce, la Liturgia di San Giovanni Crisostomo, come gesto di resistenza. Non era solo religione: era una forma di identità sopravvissuta al deserto ideologico del materialismo storico.
Oggi, a distanza di decenni, la Serbia vive una forma di revival spirituale silenzioso, un ritorno discreto ma crescente alle fonti. Ne è prova il rispetto crescente verso la Casa reale Karađorđević, oggi rientrata nella patria dopo anni d’esilio. Il principe Alessandro, residente nel Palazzo Reale di Belgrado, non esercita potere politico, ma rappresenta una presenza simbolica e affettiva: un memento vivente che la Serbia non nasce nel 1945, ma nella lunga tradizione cristiana, guerriera e monarchica della sua storia.
In questo risveglio lento e profondo, emerge anche una consapevolezza sempre più diffusa: che la Serbia non può sopravvivere come nazione senza difendere la sua anima cristiana. Non si tratta solo di recuperare un passato glorioso, ma di resistere a minacce nuove e antiche, tra cui l’avanzata culturale e demografica di un islam politico che nei Balcani ha già mostrato il suo volto più aggressivo durante il secolo scorso. Il ricordo delle violenze, dei villaggi bruciati, dei monasteri distrutti, non è stato cancellato — e per molti serbi, difendere la Croce oggi significa anche non cedere a quella forma di relativismo che normalizza l’islamizzazione di intere regioni d’Europa.
In questo contesto si situano anche quei movimenti politici e culturali che, seppur minoritari nei numeri, sono potenti nella memoria collettiva. Il POKS (Movimento per la Restaurazione del Regno di Serbia), il partito Dveri, i Zavetnici e le correnti ortodosse tradizionaliste incarnano la volontà, ancora viva, di ricucire la lacerazione inferta dalla modernità rivoluzionaria. Le loro parole d’ordine — porodica (famiglia), krst (croce), kralj (re), otadžbina (patria) — non sono slogan, ma simboli arcaici carichi di pathos e di trascendenza.
Non mancano, ovviamente, le contraddizioni e i rischi del folklore politico, ma nel fondo di tutto resta un desiderio non ancora del tutto sopito di sacralità, una nostalgia ontologica, simile a quella che sopravvive in parte della Russia post-sovietica, nella Grecia profonda o in certi contesti cristiani d’Europa orientale.
Chi volesse comprendere questo sentimento dovrebbe leggere meno manifesti politici e più pagine di Dostoevskij o Berdjaev, ascoltare le liturgie bizantine nella notte pasquale serba, e visitare i monasteri affrescati della Morava, dove l’oro della fede e il sangue della storia si confondono.
Il caso di Mihailović è emblematico. Condannato a morte nel 1946 dal regime comunista, non chiese grazia né abiura. Fu giustiziato in luogo ignoto, come i martiri. Secondo alcuni testimoni, l’ultima cosa che fece fu tracciarsi una croce sul petto e pronunciare parole semplici: “Per Dio e per il Re”. Nessun monumento, nessun corpo restituito. Ma nella memoria del popolo, egli riposa là dove riposano i custodi dell’ordine perduto: nel cuore ferito della Serbia.
In fondo, in un’Europa che smarrisce ogni giorno il senso del sacro, dove le croci si nascondono e la patria è vista come ingombro, la Serbia — con tutte le sue fragilità — conserva ancora la fiammella di un’antica alleanza tra fede, legittimità e destino collettivo.
Come scriveva san Nikolaj Velimirović, vescovo e padre spirituale del popolo serbo:
“La libertà vera è libertà in Dio. Una patria senza Dio è un campo desolato, e un popolo senza Cristo è una folla di mendicanti.”