Foibe, violenza e umanità: la prospettiva dei vinti

Giornata della Memoria, Giorno del Ricordo e Festa della Liberazione: tre ricorrenze concepite per testimoniare in maniera unitaria gli orrori della guerra e tutti quegli eventi che, come satelliti, vi ruotano attorno. Eppure, nonostante il loro valore, a distanza di otto decenni dagli accadimenti che ad esse sono sottesi, faticano a trovare un riconoscimento trasversale e un’affermazione universale. Anzi, man mano che le vicende ricordate si fanno più lontane sulla linea temporale – e i testimoni di prima mano iniziano a scarseggiare – sembra esservi recrudescenza degli episodi di sfregio alla memoria.

Ormai, è innegabile, abbiamo fatto il callo ai periodici attacchi rivolti ai sopravvissuti all’olocausto e, allo stesso tempo, sempre meno scalpore ci destano le notizie di sfregio ai monumenti nazionali: da ultima la foiba di Basovizza al cui ingresso, proprio quest’anno, sono comparse le atroci scritte “Trst je nas” (“Trieste è nostra”) e “Trieste è un pozzo”.

Di questi tempi, poi, all’indifferenza si sommano tutti quei disgustosi tentativi – sempre più palesi e meno timidi – di alcuni partiti politici, associazioni e collettivi di appropriarsi dell’una o dell’altra celebrazione, così da poterla sfruttare in chiave elettorale contro i propri avversari, accusandoli di non aver preso sufficientemente le distanze dalle atrocità che, in base alla ricorrenza, vengono ricordate. Così facendo, nell’incuria generale, viene sdoganata la strumentalizzazione dei morti e si aprono le porte a raccapriccianti disquisizioni su chi si sia comportato peggio o se sia meglio morire asfissiato in una camera a gas o gettato in una foiba.

Sembra quasi che, agli inizi del ventunesimo secolo, le tragedie dell’umanità stiano perdendo la propria intrinseca repellenza, rischiando al contempo di essere soppiantate da feticci propagandistici preparati ad arte da questa o quell’altra fazione, che costantemente prova a rivisitare la storia cercando di trovare una scusante alla morte e alla desolazione.

Tra i tanti esempi possibili che testimoniano questa decadenza morale, non può non essere citata la strisciante attività di disinformazione che costantemente viene effettuata ai danni del ricordo delle foibe e dell’esodo Giuliano-Dalmata. Difatti, tutt’oggi non trovano pace quelle disastrose vicende verificatesi, per più di un decennio, lungo il confine orientale a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e che per trovare un’affermazione normativa hanno dovuto attendere l’entrata in vigore della legge 30 marzo 2004, n. 92.

Sin dalle origini, questi temi sono stati oggetto di atti di sabotaggio, ai quali, da tempo, si accompagnano contestazioni molto più sofisticate. Come sperimentiamo: politici, giornalisti e privati cittadini accusano chiunque aderisca a tale ricorrenza di proporre un racconto parziale e di contribuire a veicolare una visione delle cose che inneggia al fascismo, in quanto scientemente evita di parlare dei soprusi commessi dal regime in quei territori. Detto in altri termini, coloro che hanno in odio tale manifestazione adottano una strategia argomentativa con la quale sostengono che le violenze commesse dalle truppe di liberazione jugoslave e dall’OZNA, in fondo, erano legittime poiché rivolte nei confronti dei tanti italiani residenti in quella parte di mondo e che, nei decenni e secoli precedenti, si erano macchiati di molte nefandezze, tra le quali il collaborazionismo.

Così facendo, al poco credibile negazionismo fa seguito un atteggiamento più subdolo ma più efficace quale quello giustificazionista.

Come ben spiegato dall’IRSREC FVG (Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli-Venezia Giulia) nel proprio Vademecum per il Giorno del Ricordo, con giustificazionismo si intende fare riferimento a quella propensione a <<immedesimarsi nella visione di uno dei soggetti storici, al punto da approvare senza riserve tutte le sue azioni>>. Perciò, guardando più attentamente alle vicende sviluppatesi lungo il confine italiano orientale durante e dopo il secondo conflitto mondiale, propalatori giustificazionisti sono tutte quelle persone che propongono di considerare le foibe e l’esodo Giuliano-Dalmata alla stregua di eventi figli di una grande “provocazione” degli italiani ai danni delle (sedicenti) popolazione autoctone i cui torti commessi, di conseguenza, era comprensibile venissero ripagati con le armi.

Eppure, nonostante la verità storica dica tutt’altro, le riflessioni di questo genere imperversano negli eventi pubblici e presso una certa cultura di massa.

Per capire la gravità di queste illazioni non si può prescindere dallo svolgere due considerazioni.

In primo luogo, è importante ribadire quanto sia scorretto sostenere che le epurazioni siano state condotte solamente nei confronti di soldati o collaborazionisti fascisti; come supportato dalle fonti, nelle foibe finirono anche bambini, donne e anziani.

Tra le tante preziose testimonianze di coloro che hanno vissuto questi eventi, merita di essere riportata la narrazione di Don Janni Sabucco: esule sacerdote originario dell’udinese che - come ricorda il prof. Elio Varutti in un articolo intitolato “Italiani di Fiume, preti, Ozna e le carceri titine. Don Janni Sabucco esule a Pisa” - nei primi suoi anni da ordinato, era stato cappellano nella chiesa di SS. Redentore a Fiume proprio durante il periodo delle violenze titine. In un suo libro di memorie, pubblicato nel 1953 e dal titolo “...si chiamava Fiume”, il giovane sacerdote (che in forza delle torture subite dai servizi segreti jugoslavi perse parzialmente la vista) parla delle sofferenze e delle angherie cui dovette assistere prima di riuscire ad emigrare in centro Italia. Nel suo testo egli parla del crescendo di violenze che hanno interessato la sua città conseguentemente la resa incondizionata dell’8 settembre 1943, evidenziando come le stesse fossero dirette a piegare al nuovo sistema politico tutti coloro che, per etnia (italiana) o per ceto sociale d’appartenenza (le classi più agiate), non era compatibili con l’ideale comunista d’uniformazione coatta e di creazione di una nuova identità panslava, in maniera analoga allo spartito notoriamente utilizzato dai regimi.

Come già anticipato, poi, è fatto di pubblico dominio che da quei territori fuggirono in massa gran parte dei ministri del culto e dei fedeli cristiani, ontologicamente incompatibili con l’ateismo comunista.

Sul tema ha scritto ampiamente lo storico triestino Elio Apih, il quale confermava che la spontanea adesione di molti partigiani all’ideale del Generale Tito si era andata cementando in una sorta di “patto di palingenesi sociale”, in funzione del quale si garantiva la punizione dei colpevoli da individuare, anche sommariamente, come nemici del popolo da sopprime in funzione simbolica prima ancora che personale. In secondo luogo, occorre fare una riflessione più profonda, che possa raggiungere anche i giustificazionisti più coriacei.

Anche supponendo che tutti gli italiani in quelle terre fossero fascisti, era giusto che questi venissero barbaramente giustiziati? Chiunque si definisca democratico, ovviamente, non può che rispondere in maniera negativa.

Come già anticipato, affrontare queste tematiche con semplicistiche logiche da tifoseria può portare a conseguenze aberranti, che piuttosto che porre un freno ai crimini mirano a obliterare le violenze in un’ottica mista difensivo-vendicativa. È alquanto tragico che in una società moderna come la nostra, dove lo stato di guerra è ormai più che un lontano incubo, non si riesca a convergere su di un valore fondamentale come il ripudio assoluto – senza eccezioni e distinguo - dell’uso della forza e del ricorso alle esecuzioni sommarie.

Purtroppo ancora oggi molti prediligono l’ordalia ai principi di giustizia democratica e di diritto ad un processo equo, privilegiando la riemersione dei più beceri istinti (dis)umani sui valori di libertà.

Alle violenze, per quanto queste siano ripugnanti, non si può rispondere con azioni altrettanto barbare. Davvero crediamo che le parte giusta della storia sia quella di coloro che sputavano e inveivano contro le salme dei gerarchi fascisti appese in Piazzale Loreto? Su questo fatto anche gli autori più distanti dal regime riconoscono che l’uccisione del Duce, e l’esposizione dei corpi che ne è seguita, rappresenta una delle vicende che hanno reso il fascismo e l’antifascismo due facce della stessa medaglia, come sostiene il prof. Andrea Argenio.

In questo senso, non possiamo dimenticarci della stupefacente lungimiranza dei nostri padri costituenti, i quali, avendo vissuto i drammi direttamente sulla propria pelle, a loro tempo si rifiutarono di assoggettare ad una strage i responsabili dei loro dolori, rispondendo in maniera democratica ai totalitarismi e, per mezzo della dodicesima disposizione transitoria e finale alla Costituzione, garantendo una reintroduzione graduale nella vita sociale e politica dei reggenti fascisti. Una decisione sicuramente tutt’altro che facile sotto il profilo elettorale ma umanamente molto più redditizia.

Questa stessa ricetta, inoltre, traspira anche dalle già menzionate pagine scritte da Don Janni Sabucco, che ci racconta di aver assistito ad un gesto rivoluzionario, ossia della compassione di un ebreo fiumano - che nel periodo di persecuzione hitleriana aveva dovuto vivere per undici mesi nascosto in una soffitta - che, in una delle tante sfilate di prigionieri tedeschi organizzate dai partigiani per le strade di Fiume, si avvicinò ai suoi aguzzini d’un tempo per porgere loro un po’ d’acqua e ristorare le loro bocche sbiancate dalla sete.

Nel dibattito odierno, invece, l’odio e il rancore sembrano prevalere su tutto; più ci allontaniamo temporalmente da questi eventi e più s’ingigantisce la sete di sangue nemico.

Ahinoi, oggigiorno sembra venire meno quella capacità di andare oltre il rosso e il nero, oltre i concetti di buono e cattivo, capendo che la guerra ha portato a morti e disperazione in tutte le direzioni possibili. Nella “banalità del male” pochi sono eroi e tutti sono vinti.

Diversamente da quanto si creda, però, gli eroi non sono quelli che ai soprusi rispondono per le rime, ma quelli che hanno il coraggio di far prevalere la vera giustizia sulla foga inquisitoria e omicidiaria, l’umanità sulla distruzione. Eroi sono quelli che alla cecità dell’odio sanno ristabilire l’ordine con autorevolezza e predicando, quando possibile, il perdono.

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Venezia: Mercato, Mercantilismo e Grandezza

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Venezia, l’anadiomene